Giorgio Segato

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La pittura di Gianni Chiminazzo è soprattutto trascrizione di uno stato d’animo, non perché essa risponda a particolari urgenze emotive di carattere espressionista, ma perché la spontanea sensibilità lirica-figurativa, elegiaca, dell’autore ha cromatismi che attraversano il filtro dell’animo per decantarsi sulla tela come ordinati e vivaci “giardini” di una calda emozione naturalistica. I transiti sono resi manifesti da un pittoricismo intessuto di vibrante sensibilità e dall’adozione di stesure di ampio respiro e a pasta alta e corposa – cosi da assorbire la luce e restituirla come pulsazione atmosferica – e disposte in successioni di allusione prospettica, entro le quali spiccano brevi reticoli nettamente profilati di tetti e di case, il cui colore ridroduce similmente a un bagliore musivo. Chiminazzo contempla il paesaggio e le sue campagne che si compongono e si ricompongono in infinite varianti dentro il magico caleidoscopio della visione interiore. Ha negli occhi il colore dei campi, i trionfi primaverili, le stagnanti afe estive, le brezze cristalline autunnali, la sincopata armonia dell’inverno; ha i “sensi” impregnati dell’umore della natura, del profumo della terra, dello splendore della campagna, sente il bisogno di tradurre in materia cromatica queste sensazioni che gli accompagnano la vita; non per nostalgia di un rapporto perduto, ne per speranza di restituzione di tempi diversi, non c’è rammarico ne denuncia, ma l’esplicarsi di un rapporto sentimentale intimo, coltivato nell’amore per l’ambiente rurale. Chiminazzo sente l’immagine come tensione semplificata di libertà; si eleva al di sopra del reale, lo percorre a volo d’uccello, lo contempla a una distanza che gli consente di sciogliere in ritmo cromatico, in “vibrazione di pigmento”, le forme particolari secondo due collaborazioni architettoniche; la strutturazione in uno spazio inventato ma che non deve cessare di essere quello naturale e la sua integrazione in una forma che, senza perdere alcuno dei suoi connotati naturali, è quella libera che sorge da uno spirito inventivo. In questa pittura semplice e idilliaca di Chiminazzo è proprio la luce, il colore luce, a fare da protagonista assoluto; non solo nel sapiente contrappunto tra le cromie squillanti delle tessere del mosaico di case e tetti dei borghi in mezzo alla pianura, ma un più ampio respiro dei campi arati e dei prati, del lago o del mare, del cielo o delle montagne, crea soprattutto un’armonia degli impasti che originano atmosfera luministica d’insieme di serena, quiete, inebriante contemplazione e interiorizzazione della realtà, sia essa la “natura morta”, sia il paesaggio a campo lungo o visto dall’alto a visione aerea, a volte anche appiattito in affascinanti tessiture di pura astrazione geometrica, a volte quasi informale. Si coglie subito, visitando lo studio di Chiminazzo, come gli esiti più recenti così equilibrati ed eleganti, siano il frutto di un lungo e attento esercizio condotto sui modi della visione e sulle qualità della pasta cromatica. L’interesse plastico per le materie è attestato anche da molti esercizi di scultura, affresco e strappo d’affresco, acquerello, pastello, mosaico, e dalle grafiche a incisione, dove l’artista esegue come consapevole risposta a una curiosità manipolativa e visiva davvero forte. Per questo egli mi sembra meritevole di attenzione e di incitamento; egli dedica tutto il suo tempo libero all’esercizio della fatica artistica come itinerario conoscitivo, come mondo che gli consente una singolare e ricca appropriazione della realtà. È dunque, il suo dipingere, un modo per rapportarsi alla realtà, per sentirsi e sentire e per comunicare, con estrema semplicità, visioni e scoperte che certo non hanno alcuna pretesa o presunzione di essere assolutamente originali, ma che non c’è dubbio, hanno il pregio di una rassicurante e coinvolgente genuinità espressiva.

  • Giorgio Segato [ Critico d'arte ]