Gina Zanon

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Gianni Chiminazzo nasce a Rosà (Vi) nel 1953. La sua infanzia più che dai giochi è sempre stata allietata dai disegni; come a gettare subito le tracce di ciò che sarebbe stato. Costruiva da se i suoi giocattoli attingendo alla fonte della sua fantasia. Alle scuole medie inferiori, dopo aver rispettato il sacro dovere dei compiti; anziché guardare, come gli altri, la televisione si rifugiava a disegnare e dipingere. Fin d’allora la sua predilezione si rivolgeva alla natura che l’attraeva, più di qualsiasi altra immagine. I colori preferiti sono sempre stati, fin da bambino, il verde e l’azzurro. Questi colori giocavano nella sua fantasia come una specie di nutrimento della stessa fino a metterle le ali. A quattordici anni è già operaio in fabbrica di giorno e di sera a scuola serale per diventare metalmeccanico. Il suo destino era invece, di lavorare in ospedale. Altri studi: diploma di ragioniere e infine quello di infermiere professionale. Il periodo passato a lavorare in ospedale a diretto contatto con il dolore, le speranze, la fede, le illusioni, la morte, plasmò alquanto la sua sensibilità d’artista senza spegnere la infinita necessità di luce e colori. Lavorava e dipingeva e piano piano, dai primi colori a tempera del 1966, passò a quelli ad olio datando i primi quadri 1970-71. Conservando le prime opere a tempera del 1966 e un’opera ad olio del 1972. La sua prima mostra personale avviene nel 1978, raccogliendo un notevole interesse. Dal 1978 le mostre si susseguirono numerose. Gianni Chiminazzo più che mai nato per dipingere e forte lavoratore riusciva a fare anche dieci mostre l’anno. Niente come l’amore e la fede nella propria passione sanno fare miracoli. Al suo attivo ha infatti, oltre 130 mostre personali e collettive al 2010. Ha iniziato come tutti i pittori a pennello ma si accorse ben presto che questa non era la tecnica adatta alla sua mano. Lavorò cercando sempre qualcosa di diverso che lo distinguesse. Non era mai soddisfatto di ciò che creava o per meglio dire della tecnica con la quale creava i quadri, le sue opere non lo soddisfacevano. Nel 1984 sperimentò la tecnica a macchie d’arlecchino ma, anche questa non appagava la sua ricerca, non calmava l’inquietudine che è propria dell’artista. Quando sente dentro di se la pulsione di uno stile proprio, uno stile che si muove dentro la profondità delle viscere fino a graffiarlo, provocando una sofferta inquietudine nel tentativo di trovare la via per uscire a emergere alla luce, nascere e finalmente, vivere; esprimere la propria esistenza rubando non solo il palpito vitale, ma anche i gemiti, le grida, i sussulti, ai colori, alle forme, alle linee. Davanti allo splendore che lo circonda ha un senso di doloroso vuoto. Decide di fermarsi, e lo fa per un anno intero, dedicandosi alla meditazione, all’osservazione, alla ricerca. Un beato giorno, impastando con la spatola del colore che era rimasto sulla tavolozza, fu tentato di stenderlo sulla tela con la stessa spatola e si accorse che questa lo obbligava a lavorare in modo diverso; la rigidità stessa della spatola costringeva la mano a muoversi, a lavorare sui tratti con maggiore sintesi delle “espressioni-immagini” avviandolo cosi verso una nuova tecnica. Cambiò diversi tipi di spatola fino ad ottenere quello che aveva sempre sognato: “la sua tecnica”. Una tecnica tutta sua; “Unica” fin’ora che si possa trovare nel vasto tessuto pittorico, la quale la si può definire: “tecnica Chiminazzo”. Il 1985 fu l’anno della svolta, delle prime opere a “campitura”, campiture piane di colore, molto pulite, una staccata dall’altra ma che insieme davano un risultato armonioso. Lavorò molto in quel periodo e a novembre dello stesso anno fece la sua prima personale a Bassano del Grappa, a palazzo Roberti, a presentarlo fu la sottoscritta, la quale ha il merito di averlo da subito fatto sentire importante per la tecnica, che gli permetteva (ancora Chiminazzo non lo sapeva) di captare ed esprimere il difficile pulsare dei colori, traducendoli in vibranti, sensuali immagini. L’imput datogli lo fece sentire orgoglioso, dopo tanta fatica a molte ricerche, della sua innovazione. La mostra fu un successo di pubblico e critica. Da allora si susseguirono diverse mostre, sia in Italia, che all’estero. Fu invitato ad esempio, per citarne qualcuna, al Grand Palais di Parigi. Nel 1993 fu presente con le sue opere al famoso “Salone d’autunno” la prestigiosa mostra di Parigi degli impressionisti. L’85 fu anche l’anno delle prime opere a visione dall’alto, “a volo d’uccello”, e dell’amatissima “Campagna Veneta”. Opere a campitura distinta una dall’altra ma serrate in un armonioso insieme per meglio rappresentare il gioco stupendo delle varie tonalità delle coltivazioni e la forza esaltante dei colori. Nascono cosi anche le “Variazioni coloristiche” opere a tecnica mista ma anche ad olio fino alla ricerca delle “Vibrazioni coloristiche”, quest’ultime raggiunte, dopo lunga esperienza, nel 2005/06. Queste opere non sono altro che vibrazioni di colore che ricordano un pò i macchiaioli italiani soprattutto i divisionisti come; Segantini, Fattori, Pelizza da Volpedo, Lega, Signorini ecc. oppure i puntinisti francesi come: Seurat, Signac, Pillet, Cross, ecc. Osservando alcune opere di Chiminazzo ricche di rigore e volume nonché di un seduttivo gioco di colori ci fa ricordare gli “impressionisti”, maestri nel tentativo di imprigionare nella tela la profondità del mistero del colore. Ci ricorda le pennellate calcolate-volute di Cézanne, quelle pennellate staccate una dall’altra, stesure di colore non definite in modo da rendere l’effetto del “non definito”. Vibrazione: l’infinita libertà del colore dall’espressione vibrante, inquietante e sempre inafferrabile nella sua profonda totalità, generando nell’artista il tormento della ricerca, che è anche e soprattutto maturazione del suo stile, fino all’impossibile bisogno di fagocitare il palpito cosmico della Grande Madre Natura. Ritornando al nostro maestro Gianni Chiminazzo e alla sua evoluzione pittorica dall’85 ad oggi, riscontriamo il periodo cromatico delle campagna, delle città, degli agglomerati, dell’acqua, quello delle “Variazioni coloristiche e quello delle Vibrazioni coloristiche”, lo si può quindi annoverare tra i maestri del “Colorismo, del Cromatismo” e accostarlo agli impressionisti senza tema di smentita. Gianni Chiminazzo è, come vedremo, un artista poliedrico, conoscendo tutte le altre tecniche, passa con gloriosa facilità dalla pittura a spatola ad olio, all’acquerello, all’affresco, al mosaico, alle incisioni, al pastello e alle sculture in ferro o legno. Ultime opere le “Installazioni”, rappresentazioni in arte povera con diversi materiali dove anche in queste opere l’artista resta fedele al suo amore primario la “Campagna”. La campagna per Chiminazzo, sarà la fonte più importante per le sue ispirazioni d’artista, non riuscirà mai a staccarsi; le girerà sempre attorno nel difficile tentativo di penetrare, ed essere dalla natura penetrato dalla sua complessa anima. Un’anima ricca di straordinaria inafferrabile bellezza ma anche di potenza distruttiva; in Lei si mescolano la tempesta e l’arcobaleno, la bucolica quiete e le scure paure, l’abbondanza e l’avarizia fino ad affermare, lo stupore degli spazi: trionfi di forme e colori, che paiono confondersi con l’orizzonte e la crudeltà dei precipizi. L’artista da bravo figlio della terra, ha talmente percepito le luminose oscure espressioni della sua musa “la campagna” da osare intrappolarla con la forza espressiva dell’arte nei suoi quadri. Chiminazzo, dopo lunghe faticose ricerche, osservazioni, meditazioni, coinvolgimenti, abbandoni, abbattimenti e rinascite, acquisisce qualcosa che forse nemmeno lui sa; la straordinaria capacità dell’artista di intrappolare nei suoi quadri, attraverso i colori, l’espressione più potente e coinvolgente della natura: la sua cosmica sensualità.

  • Gina Zanon [ Poetessa ] 2010